Analisi Implicazioni di mercato del conflitto tra Stati Uniti e Iran

Ashley Oerth
James Anania
e
Professionisti seduti attorno a un tavolo durante una riunione aziendale, impegnati in una discussione in un contesto d'ufficio.

L'attuale conflitto tra Stati Uniti e Iran è stato una fonte di volatilità per i prezzi del petrolio greggio, ma l'entità delle ripercussioni economiche e di mercato si è rivelata molto più contenuta di quanto alcuni osservatori avessero inizialmente ipotizzato. Alla luce dei dati storici relativi ai precedenti conflitti statunitensi nella regione e alle tensioni legate allo Stretto di Hormuz, l'evoluzione futura rimane incerta. Tuttavia, l'esperienza storica può offrire indicazioni utili sui possibili sviluppi dei mercati.

I flussi petroliferi stanno in larga parte aggirando lo Stretto di Hormuz

Una delle principali preoccupazioni legate al conflitto con l'Iran riguarda la possibile riduzione dell'offerta globale di petrolio e di altre risorse energetiche. Prima dell'inizio del conflitto, circa un quinto dell'approvvigionamento petrolifero mondiale transitava attraverso lo Stretto di Hormuz, uno stretto passaggio in uscita dal Golfo Persico. Tuttavia, stimiamo che circa l'80% del petrolio continui a essere trasportato grazie a una combinazione di navi scortate dalla Marina degli Stati Uniti e di percorsi alternativi, come gli oleodotti terrestri.1 Questo ha contribuito a contenere l'impatto immediato degli eventi in Medio Oriente.

L'economia è meno sensibile all'offerta di petrolio rispetto al passato

L'intensità energetica dell'attività economica non è più quella di un tempo. Se confrontiamo il livello di attività economica con la quantità di petrolio consumata, osserviamo che l'intensità petrolifera del PIL globale è oggi pari a circa la metà di quella registrata nel 1990 e significativamente inferiore rispetto al 1970.2Ciò significa che le variazioni dei prezzi del petrolio hanno un impatto minore rispetto al passato. Riteniamo che questo elemento rappresenti un fattore attenuante nella valutazione delle conseguenze del conflitto tra Stati Uniti e Iran.

Il calo della domanda di petrolio e il ricorso alle scorte hanno contribuito a stabilizzare i prezzi dell'energia

Nelle prime fasi del conflitto, le principali economie mondiali hanno fatto ricorso alle proprie riserve strategiche per alleviare possibili carenze nel mercato petrolifero globale.3 Tale utilizzo delle scorte ha contribuito a ridurre al minimo le potenziali interruzioni derivanti dal conflitto. Sebbene quest'anno i maggiori prezzi del petrolio abbiano esercitato pressioni al rialzo sull'inflazione, riteniamo che la fase più critica dei movimenti dei prezzi petroliferi sia ormai alle spalle. Prezzi dell'energia stabili o in diminuzione dovrebbero favorire una stabilizzazione dell'inflazione o persino un suo graduale calo.

L'incertezza geopolitica non ha influenzato i mercati quanto molti ritengono

Sebbene l'incertezza geopolitica di questa natura determini spesso una volatilità temporanea, storicamente non ha inciso in modo significativo sui rendimenti azionari nel lungo periodo. L'indice MSCI World, considerando i dati dagli anni Settanta a oggi, ha registrato in media un rendimento del 7,8% nei dodici mesi successivi a un picco del Geopolitical Risk Index, che tende generalmente ad aumentare durante i periodi di conflitto internazionale.4 A nostro avviso, questo rappresenta un utile parametro di riferimento anche per interpretare l'attuale situazione.

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    Fonti: Windward, International Energy Agency, Reuters, e CNBC, dati aggiornati al 25 agosto 2026.

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    Fonti: Windward, International Energy Agency, Reuters, e CNBC, dati aggiornati al 25 agosto 2026.

  • 3

    Fonte: Bloomberg L.P., International Energy Agency e US Department of Energy, dati aggiornati al 30 giugno 2026.  

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    Fonte: Policyuncertainty.com, dati al 25 agosto 2026. Basato sul Geopolitical Risk Index di Caldara e Iacoviello, che riflette i risultati di ricerche testuali automatizzate effettuate negli archivi elettronici di dieci quotidiani: Chicago Tribune, The Daily Telegraph, Financial Times, The Globe and Mail, The Guardian, Los Angeles Times, The New York Times, USA Today, The Wall Street Journal e The Washington Post. Caldara e Iacoviello calcolano l'indice conteggiando, per ciascun mese e per ciascuna testata, il numero di articoli relativi a eventi geopolitici avversi, espresso come percentuale del totale degli articoli di informazione pubblicati nello stesso periodo. Non è possibile investire direttamente in un indice. Le performance passate non sono garanzia di pari rendimenti futuri. I picchi del Geopolitical Risk Index si sono registrati nell'ottobre 1962, nel giugno 1967, nell'ottobre 1973, nel dicembre 1979, nel giugno 1982, nell'agosto 1990, nel febbraio 1991, nell'ottobre 2001, nel marzo 2003, nel marzo 2022 e nell'ottobre 2023.

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    Dati al 26 agosto 2026.

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